Tradizione, Patria, Indipendenza!

Questo blog nasce per raccogliere testi e documenti sulla lotta anti-imperialista. Non più solo del mondo arabo ed islamico, ma di tutti i movimenti che lottano contro lo sradicamento, la perdita dell'identità, il mondialismo. Per la Tradizione, la Patria e l'Indipendenza!

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martedì, 28 aprile 2009

Il libro di Losurdo lo abbiamo letto e non ci ha 'entusiasmato' (troppi gli ammiccamenti ad un certo mondo sionista...), ma ne abbiamo apprezzato il non fermarsi davanti ai "limiti", ai "dogmi" del politicamente corretto.

Ma sono soprattutto le destanilizzazioni di una sinistra senza idee e senza identità a disgustarci!

Che tutto questo sia "accaduto" a cavallo della c.d. "Liberazione", beh...non ci sorprende. 
I "mostri sistemici" si sono ormai accorti che il "solo" antifascismo non paga più (basta fare un giro nelle milioni di celebrazioni borghesoidi e conformiste di questi giorni).
Bisogna aggiungere un nuovo mostro:
Giuseppe Stalin!
Antifascisti contro Anticomunisti...
e allo stesso tempo: Stalin = Hitler.
Per molti un "paradigma di potere"...per noi una 'fascinazione'.

Sabotaggio

Sul caso Losurdo/Liberazione - 23/04/2009
Una lettera di personalità e intellettuali italiani e stranieri, non pubblicata da Liberazione

«E' ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo sulla Rivoluzione Francese» (Zhou Enlai)

Il 10 aprile il quotidiano "Liberazione" pubblica una

 

IL CASO LOSURDO – " LIBERAZIONE"
"Liberazione" pubblica (lo scorso 10 Aprile) una recensione al libro di Domenico Losurdo su Stalin e il direttore si prende i rimproveri della propria stessa redazione. Intervengono a più riprese i giornalisti, il direttore, il recensore e anche altre persone non direttamente coinvolte. L'unico a non poter intervenire sulle pagine di "Liberazione" è proprio l'autore del libro, che è, in ultima istanza, il vero bersaglio di questa polemica.
Ed è un peccato (oltre che una censura grave e inaccettabile) , perché questo dibattito - oltre a mettere in evidenza i danni devastanti che certe impostazioni liquidatorie e semplicistiche della storia del ‘900 hanno avuto sul piano culturale - solleva alcune questioni molto rilevanti.
La prima è di natura epistemologica e riguarda i compiti e il metodo della storiografia. E' legittimo storicizzare ogni evento e indagare senza fermarsi davanti a nulla oppure ci sono dei territori della storia che sono per loro natura ineffabili e sui quali bisogna limitarsi a confermare l'opinione comune o addirittura i dogmi sanciti da un Comitato Politico Nazionale? E ancora: cosa significa giustificazionismo e che rapporto c'è tra comprensione della realtà in termini storico-materialist ici e apologia di questa realtà stessa? Si tratta della stessa cosa?
La seconda questione riguarda le forme di coscienza oggi diffuse nel movimento comunista e tra gli stessi quadri dirigenti di questo movimento. Qui, quel grandioso e faticoso processo culturale che nel corso di oltre un secolo era riuscito a costruire una visione del mondo autonoma rispetto alle idee dominanti (che sono sempre quelle delle classi dominanti) sembra essere del tutto naufragato. Gran parte degli stessi comunisti - e persino degli intellettuali che al comunismo si richiamano - pensano e nominano oggi il mondo con le parole e le idee dell'avversario e non esitano perciò a ribadirne i luoghi comuni.
La terza questione è più elementare e riguarda la libertà di ricerca e di espressione. Sono libertà minime, che vengono però di fatto azzerate da chi del cosiddetto "stalinismo" sembra aver ereditato soltanto la parte peggiore.

 

La lettera rifiutata da "Liberazione"

giovedì 16 aprile 2009


Ma almeno lo hanno letto?


Un gruppo di redattori di «Liberazione» inserisce un mio libro nell'Indice dei libri proibiti, senza neppure averlo letto! Senza apportare alcuna prova, ma sulla base solo di una sua (avventurosa) supposizione, Bonanni mi accusa di aver giustificato «molti anni fa» - ma non ha un suono sinistro questa formulazione? - la distruzione dei «monasteri tibetani» a opera delle «Guardie Rosse». In realtà, come risulta dai miei scritti, considero tale distruzione (alla quale hanno partecipato anche Guardie Rosse tibetane) come una delle pagine più nere della Rivoluzione Culturale, una pagina fortunatamente superata dalla successiva evoluzione della Cina, che ha restituito al loro antico splendore i monasteri devastati. Della mostra rievocata da Bonanni ho criticato piuttosto la trasfigurazione del Tibet lamaista, di una società che condannava la stragrande maggioranza della popolazione alla schiavitù, al servaggio e a una morte assai precoce: «l'età media dei tibetani è di trent'anni» - riferisce Harrer, istruttore e amico del Dalai Lama. Abbellire questa società e tacere sulle sue infamie: in questo caso chi sono i «negazionisti» ?
Dino Greco e Guido Liguori mi rimproverano invece uno «storicismo giustificatorio» . E' una critica ovviamente legittima, ma è fondata? A proposito di Katyn, il mio libro parla di «crimine» e precisa che questo crimine è «ingiustificabile» (p. 259). Si aggiunge soltanto che gli Usa non possono ergersi a maestri di moralità per il fatto che, nel corso della guerra di Corea, si sono resi responsabili di una Katyn su scala più larga. E' lecito smascherare l'ipocrisia dei vincitori?
Più in generale, dopo aver sottolineato l'influenza dello stato d'eccezione nella tragedia della Russia sovietica, il mio libro osserva che «indubbio è anche il ruolo svolto dall'ideologia» e dai «ceti intellettuali e politici» espressi dal bolscevismo (pp. 104-5). Solo che l'ideologia da me presa di mira è l'«utopia astratta», e cioè l'attesa messianica del dileguare dello Stato, della religione, della nazione, del mercato, della moneta (si pensi al peso funesto che la pretesa di cancellare ogni forma di mercato e di circolazione della moneta ha avuto nella Cambogia di Pol Pot). Liguori difende invece l'utopia da me criticata in quanto «astratta» e prende di mira altri bersagli, ma non spiega perché il mio approccio critico dovrebbe essere più «giustificatorio» del suo.
In realtà, viene agitata contro di me una categoria di cui non è mai chiarito il senso. Gramsci «giustifica» il giacobinismo; su «il manifesto» e su «Liberazione» spesso è stata «giustificata» la Rivoluzione culturale: darebbe prova di dogmatismo chi, senza entrare nel merito dei capitoli di storia di volta in volta discussi, attribuisse a se stesso lo storicismo autentico e lo «storicismo giustificatorio» a coloro che non sono d'accordo con lui!
Certo, il mio libro respinge l'immagine di Stalin oggi propagandata sui grandi mezzi di informazione, ma questa immagine è ben diversa a sua volta da quella che emerge dalle grandi opere della cultura occidentale. Per fare solo un esempio, secondo il grande storico inglese A. Toynbee, a rendere possibile Stalingrado e la disfatta inflitta alla barbarie nazista fu il percorso compiuto dall'Urss «dal 1928 al 1941».
Restano fermi gli angosciosi dilemmi morali che caratterizzano le grandi crisi storiche. Ma essi non si pongono solo per l'Urss di Stalin. Vediamo in che modo un eminente filosofo statunitense, M. Walzer, giustifica i bombardamenti terroristici degli angloamericani nel corso della seconda guerra mondiale, pur riconoscendone il carattere criminale: il pericolo di trionfo del Terzo Reich determina un'«emergenza suprema», uno «stato di necessità»; ebbene, occorre prendere atto che «la necessità non conosce regole». Certo, bombardamenti che mirano a uccidere e terrorizzare la popolazione civile del paese nemico sono un crimine, e tuttavia: «Oso dire che la nostra storia verrebbe cancellata, e il nostro futuro compromesso, se non accettassi di assumermi il peso della criminalità qui e ora»; i dirigenti di un paese «possono sacrificare se stessi al fine di difendere la legge morale, ma non possono sacrificare i propri connazionali» . Walzer è citato con favore e spesso intervistato su «il manifesto»: perché, nella loro campagna contro lo «storicismo giustificatorio» , i miei critici non se la prendono in primo luogo con il filosofo statunitense?
Come ricorda il mio libro, nel 1929 Goebbels individua in Trotskij colui che «forse sulla sua coscienza ha il numero di crimini più alto che mai abbia pesato su un uomo» (p. 231); più tardi, nell'ideologia dominante Stalin diventa il mostro gemello di Hitler, mentre oggi riscuote un enorme successo il libro (di Chang e Halliday) che bolla Mao Zedong come il più grande criminale di tutti i tempi! E basta leggere la stampa statunitense per rendersi conto che analoghi capi d'accusa vengono costruiti nei confronti di Tito, Ho Chi Minh, Castro ecc. Per essere al riparo dall'accusa di «negazionismo» ovvero di «storicismo giustificatorio» dovremmo sottoscrivere questi «bilanci»? E' contestando la criminalizzazione della storia del movimento comunista nel suo complesso, ma sviluppando al tempo stesso una doverosa riflessione autocritica a proposito sia dell'Urss che della Cina e dell'Indocina, che io ho scritto Stalin. Storia e critica di una leggenda nera.

Domenico Losurdo

recensione critica di Guido Liguori sul libro di Domenico Losurdo Stalin. storia e critica di una leggenda nera (Carocci, Roma 2009). Nei giorni successivi appaiono sul quotidiano una lettera di 20 redattori e altri interventi contrari alla pubblicazione della recensione. Le motivazioni? Il solo parlare del libro di Losurdo, messo tout court sullo stesso piano dei negazionisti dell'Olocausto, significherebbe riabilitare Stalin, che non solo è stato
un «dittatore feroce e brutale», protagonista di una «storia fatta [..] di mostri e orrori», ma è anche figura di fronte alla quale «non c'è interpretazione storica che tenga». Quindi, bando ad «inaccettabili riletture degli anni Trenta-Quaranta» : su Stalin e lo stalinismo «abbiamo dato molti anni fa risposte nette senza equivoci. Perché dunque tornarci sopra?». Perché in altre parole proseguire la ricerca storica?
Al centro di queste accuse c'è il «fatale (e letale) giustificazionismo» di Losurdo, imputato di praticare una forma di «storicismo assoluto» e di proporre una «deterministica concatenazione di cause ed effetti». E però all'autore del
libro, al quale non si contestano tesi specifiche ma che viene attaccato per l'impostazione generale del suo lavoro di ricerca, è stato sino ad oggi negato lo spazio di una risposta e di un chiarimento.
Qual è il crimine di cui è imputato Domenico Losurdo? Quello di "storicizzare" il fenomeno dello stalinismo. Quello cioè di ritornare a lavorare sui documenti per analizzarli filologicamente e contestualizzarli nella totalità della storia mondiale dei popoli, delle classi, degli stati, piuttosto che limitarsi alla demonizzazione, alla rimozione e, in altre parole, a quella "storiografia dell'ineffabile" oggi così in voga.
Un quotidiano che voglia svolgere la funzione di educare al libero esercizio della critica, fondamentale per la crescita culturale e politica dei suoi lettori, non ha nulla da temere da interventi seri e ragionati, argomentati e documentati, sulla storia del movimento operaio del '900.
La memoria e la ricerca storica non si possono soffocare in nome di tabù, dogmi e verità che si ritengono accertate una volta per tutte. Abbiamo oggi il problema di comprendere la storia del movimento operaio e della tradizione rivoluzionaria nella sua genesi, nei suoi processi contraddittori, negli enormi problemi che si posero a quei ceti subalterni che per la prima volta si erano trovati di fronte al difficilissimo compito di divenire classe dirigente.
E di studiare questa storia senza apologia acritica e senza anatemi, con grande libertà di ricerca e di pensiero.
Enzo Apicella, vignettista, Londra
Stefano Azzarà , docente di sociologia, Università di Urbino
Maurizio Belligoni, primario di psichiatria, criminologo, Ancona
Wilfredo Caimmi, partigiano, medaglia d'argento al valor militare nella lotta di Liberazione
Maria Rosa Calderoni, redazione di "Liberazione"
Sergio Cararo, direttore di "Contropiano" , Roma
Andrea Catone, Centro Studi sulla transizione al socialismo, Bari
Marcos Del Roio, professore di Scienze Politiche, Universidade Estadual
Paulista, Brasile
Manlio Dinucci, saggista, collaboratore de " Il Manifesto", Firenze
Orestis Floros, medico, dipartimento di Neuroscienze, Istituto Karolinska, Stoccolma
Gianni Fresu, storico del movimento operaio, Università di Cagliari
Ruggero Giacomini, storico della Resistenza e del Movimento per la Pace, Ancona
Vladimiro Giacché, saggista, Roma
Renato Guimarães, editore, Rio de Janeiro
Jurgen Harrer, editore, Colonia
Alessandro Hobel, storico del movimento operaio, Napoli
Hans Heinz Holz, filosofo, Università di Groningen
Federico Martino, Docente di Storia del Diritto, Università di Messina
Fabio Minazzi, ordinario di Filosofia teoretica, Università degli Studi dell'Insubria
Aymeric Monville, Editions Delga, Parigi
Domenico Moro, economista
José Barata Moura, già Rettore dell’Università di Lisbona
Oscar Niemeyer, architetto, Rio de Janeiro
Guido Oldrini, docente di Filosofia, Università di Bologna
Nico Perrone, docente di Storia dell'America, Università di Bari
Sergio Ricaldone, partigiano – Consiglio Mondiale per la Pace
Alessandra Riccio, docente Università Orientale di Napoli, Condirettrice
di "Latino America
Tom Rockmore, filosofo, Duquesne University (USA)
Bassam Saleh', giornalista palestinese, Roma
Luigi Alberto Sanchi, professore Associato CNRS, Parigi
Salvatore Tinè , storico del movimento operaio - Catania
Delfina Tromboni, femminista, storica del movimento delle donne, Ferrara
Luciano Vasapollo, economista, Università "La Sapienza", Roma
Gianni Vattimo, filosofo, Università di Torino
Stellina Vecchio Vaia, deputata Prima Legislatura della Repubblica,
partigiana, Milano
Mario Vegetti, docente di Filosofia, Università di Pavia




postato da: Bago6 alle ore 18:27 | link | commenti (1)
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sabato, 06 dicembre 2008

''l'impero deve sapere che la nostra patria puo' anche essere ridotta in polvere,
ma i diritti sovrani del popolo cubano non saranno mai negoziabili''
(Fidel Castro, 5 dicembre 2008)


postato da: Bago6 alle ore 01:15 | link | commenti
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sabato, 29 novembre 2008


postato da: Bago6 alle ore 20:57 | link | commenti
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martedì, 04 novembre 2008

In questo articolo rispondo all'articolo di Nando De Angelis apparso su Rinascita il 4 novembre 2008, in cui criticava il mio precedente articolo "Usa/Urss: era necessario scegliere"
Qualche precisazione: risposta a Nando De Angelis
Marco Bagozzi
Comincio veramente a preoccuparmi: secondo i psicologi le incomprensioni nelle discussioni, scritte e orali, sono dovute all’80% all’incapacità comunicativa del “mittente”. Quindi, teoricamente, scagionano il collega Nando De Angelis dall’accusa, di cui è reo confesso, di non riuscire a “cogliere il senso” del mio articolo apparso su Rinascita di sabato 1 novembre. Urge quindi, spiegare e dare un senso ad alcuni “punti oscuri” del mio articolo. Innanzitutto inizio dal fondo, cioè dalla nota che il Direttore ha posto alla fine dell’articolo di De Angelis. Che Trieste sia e rimanga Trieste ne sono ben felice, anzi orgoglioso. Che il Partito Comunista Italiano, almeno fino alla rottura con Tito, auspicasse una Trieste jugoslava, quindi una Trst, è una verità storica, dovuta non alla fede comunista staliniana del Partito, ma al fatto che era una pedina manovrata dal Comintern di cui ne faceva gli interessi e non seguiva in nulla, se non nella cieca obbedienza, la dottrina staliniana, che sulla “questione nazionale” aveva una chiara e definita strategia. Possiamo quindi disgustarci della tendenza radicalmente antinazionale dei comunisti di casa nostra e ammirare allo stesso tempo l’attaccamento alla Patria dei vari “piccoli stalinismi” dell’Europa orientale: provare a chiedere a un comunista rumeno cosa pensasse della Transilvania, se si poteva regalarla all’Ungheria…
Quindi se la mia scelta va all’Unione Sovietica è da una visione patriottica, europea ed italiana, non da una cieca obbedienza al Comintern.
Dicevo “patriota, italiano ed europeo”, e con questa frase intendo una grande Patria europea che integri il blocco europeo da Lisbona a Vladivostock, Russia compresa quindi. Ed è da questa visione che interpreto la “questione cinese”. Mi diverto spesso a leggere le varie diatribe tra i “filo-cinesi” e gli “anti-cinesi” senza se e senza ma. Da una parte ci sono quelli che “la Cina si schiererà SICURAMENTE contro gli americani”, dall’altra quelli che “SICURAMENTE con gli americani”. Ma, mia nonna diceva: “di sicuro c’è solo la morte”. L’attualità, e non la fanta-politica futuribile, parla di una Cina (su cui non mi sono mai sognato di dare una definizione come “baluardo antiimperialista”, che nella mia personale “classifica” appartiene solo all’Iran khomeinista-ahmadinejadiano e al Venezuela chavista, ma queste sono simpatie “a pelle”, come si suole dire), un paese enorme, di cui non si può dare un’interpretazione in poche battute, in totale evoluzione a cavallo tra un socialismo post-maoista a un turbo-capitalismo. Ed è da patriota europeo che mi trovo ad analizzare con favore le tendenze della Cina che la spingono verso un socialismo in salsa confuciana, amica della Russia quindi dell’Europa. Non posso definire la mia una “verità”, tutt’al più una “speranza”.
Sulla Cina si possono leggere milioni di analisi, delle più svariate parti politiche, ma onestamente mi risulta disonesto intellettualmente esprimere un giudizio così radicale (pro o anti america?). Certo le domande da porre a De Angelis, che ben dimostra di conoscere la storia della Repubblica Popolare, sono molte: quale reddito dovrebbe ridistribuire un Partito Comunista che ha a che fare con più di un miliardo e mezzo di persone e che si trova a gestire un Pil/pro capite, che se pur in crescita, è diciassette volte inferiore a quello italiano? Come scandalizzarsi del “capitalismo di stato” cinese e sostenere dall’altra parte il “capitalismo di stato” (sicuramente, al momento, più funzionale) russo, o gioire leggendo l’articolo del prof.Moffa che definisce Mattei “un capitalista di stato”?
Passando invece a quella che De Angelis definisce una “confusa ricostruzione storica” “sconfessata dai fatti”, riguardo alla mia citazione del libro di Carl Schmitt “La teoria del Partigiano”, invito l’autore dell’articolo a leggersi il libro, o a rileggerselo se lo ha già fatto, in modo da rendersi conto come la definizione che Schmitt da di “partigiano”, quindi del tema del suo studio, nulla ha a che vedere con i “partigiani” italiani della seconda guerra mondiale, se non un casuale ed eguale termine di riferimento (partigiano, appunto). Schmitt infatti parla di guerriglia di difesa di un territorio da parte di un esercito, al di fuori della “guerra regolare”. Quindi se proprio si vuole forzare la definizione schmittiana, “partigiano” calza meglio ai combattenti della RSI che a quelli del CLN (ma è una forzatura del pensiero schmittiano, che sulla guerra civile in Italia, non credo abbia avuto opinioni così nette). Quindi verrebbe a cadere la rielaborazione critica messa nero su bianco da De Angelis.
Mi viene poi ancora da ridere (quasi come al livello delle diatribe sulla Cina) quando leggo le interpretazioni sui fascismi, e si comincia a giocare a “Chi vuol essere il più fascista?”. Anche io considero eccessivamente fideistico e mieloso il “fascismo” di Codreanu, ma non capisco cosa si voglia intendere nel non considerarlo “fascista”, fermo restando che gli alleati di Italia e Germania, in quel paese erano proprio gli epigoni guardiaferristi. E poi, parlando del Partito Comunista Rumeno, poco importa se per il De Angelis o per il Bagozzi Codreanu fosse più o meno fascista, ma importa quello che il PC di Ceausescu pensava delle Guardie di Ferro.
Non riporrei nemmeno la cieca fiducia “fideistica” (quasi al livello delle Guardie di Ferro) nel “popolo in piazza”, altrimenti dovremmo metterci a sostenere anche le “rivoluzioni colorate” ucraina e georgiana, e, perché no, lo scempio di piazzale Loreto, salvo poi svegliarci e renderci conto che i praghesi volevano una democrazia parlamentare, con lottizzazioni, nepotismo e storture varie (il primo nemico, per noi “uomini liberi”) e festeggiare accanto a Silvio Berlusconi la caduta del muro di Berlino e la vittoria del liberal-capitalismo “realizzato”.
Vero è, come dice De Angelis, la geopolitica o lo studio delle relazioni internazionali non è una scienza esatta, nemmeno una verità assiomatica, ma è un’analisi di “tendenze”, uno strumento per analizzare il passato, cercando di interpretare il futuro, ed è altrettanto vero che senza utopia la storia si ferma. Ma è altrettanto vero che se all’utopia, in special modo quella “rivoluzionaria”, non aggiungiamo una buona dose di pragmatismo e machiavellismo, questa utopia rischia di restare tale: un bel sogno e nulla più. Cosa sarebbe stato il Che senza lo studio dello stalinismo (non me ne vogliate..), delle tecniche di guerriglia? Cosa sarebbe stato Fidel senza i rifornimenti sovietici?
 
 
 

postato da: Bago6 alle ore 23:20 | link | commenti
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sabato, 01 novembre 2008

Strane riconciliazioni e... Antifascisteria

www.claudiomutti.com

"Il ventesimo secolo non finirà senza assistere a strane riconciliazioni"
Pierre Drieu La Rochelle

Il 27 dicembre 1942, mentre a Stalingrado infuria la battaglia che segnerà l'inizio della sconfitta dell'Asse, Drieu La Rochelle annota nel suo Diario: "Morirò con gioia selvaggia all'idea che Stalin sarà il padrone del mondo. Finalmente un padrone. È bene che gli uomini abbiano un padrone il quale faccia loro sentire l'onnipotenza feroce di Dio, l'inesorabile voce della legge".
Un mese più tardi, in data 24 febbraio 1943, Drieu auspica: "Ah, che muoiano pure tutti questi borghesi, se lo meritano. Stalin li sgozzerà tutti e dopo di loro sgozzerà gli ebrei… forse. Eliminati i fascisti, i democratici resteranno soli di fronte ai comunisti: pregusto l'idea di questo tête-à-tête. Esulterò nella tomba".
Il 3 marzo si augura la vittoria dei Russi, piuttosto che quella degli americani: "I russi hanno una forma, mentre gli americani non ne hanno. Sono una razza, un popolo; gli americani sono un'accolita di ibridi".
Quanto al marxismo, secondo Drieu si tratta di una malattia passeggera che non compromette la fondamentale sanità dell'organismo russo. L'autocrazia sovietica rimane dunque la sola alternativa all'individualismo e alla democrazia, prodotti della décadence occidentale: "Scompariranno così tutte le assurdità del Rinascimento, della Riforma, della Rivoluzione americana e francese. Si torna all'Asia: ne abbiamo bisogno" (25 aprile 1943). E ancora: "Il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo (…) solo il comunismo può mettere veramente l'uomo con le spalle al muro, costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei padroni. Stalin, più che Hitler, è l'espressione della legge suprema" (2 settembre 1943).
Considerazioni di questo genere si fanno più frequenti nel corso del 1944, finché, il 20 febbraio 1945, Drieu esprime la fiducia che i Russi possano "spiritualizzare il materialismo" (1).
Prospettive analoghe a quelle espresse da Drieu in questi brani del Diario si trovano nella lunga lettera che alcuni mesi dopo, il 22 agosto 1945, il capo dell'Unione Fascista Russa Konstantin Rodzaevskij scrive dall'esilio "al Capo dei popoli, Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo dell'URSS, Generalissimo dell'Armata Rossa, Iosif Vissarionovic Stalin". Il capo fascista dichiara: "Vorremmo portare sotto i vessilli staliniani, sotto gli ieri odiati e domani adorati vessilli dell'Armata Rossa, sotto i vessilli della Nuova Russia e della rivoluzione, ciò che resta della nostra organizzazione in tutti i paesi del mondo: in Asia, in Europa, nell'America del Nord e in quella del Sud, in Australia, affinché l'ex Unione fascista russa affluisca nell'alveo della riconciliazione con la Patria e il beneamato Governo di milioni di russi ancora disseminati all'estero. (…) Senza rifiutare le mie idee, tanto più che esse in parte coincidono con le idee guida dello Stato sovietico, ma rifiutando decisamente i vent'anni della mia esistenza antisovietica, consegno me stesso, i miei amici, i miei camerati, la mia organizzazione nelle mani di coloro ai quali il popolo sovietico ha affidato i suoi destini storici in questi infuocati anni cruciali. La morte senza la Patria, la vita senza la Patria oppure il lavoro contro la Patria sono un inferno. Vogliamo morire per ordine della Patria o fare in qualsiasi luogo per la Patria un qualsiasi lavoro. (…) Gloria alla Russia!" (2)
Prima che nel fascismo russo, già in seno ad altri movimenti analoghi si era manifestata la tendenza a riconoscere ed apprezzare positivamente una certa affinità tra nazionalsocialismo e sovietismo, tendenza che culminò all'epoca del Patto di non aggressione tedesco-sovietico, allorché i partiti comunisti ricevettero da Mosca l'ordine di cessare ogni attività ostile al Terzo Reich e nel campo nazionalsocialista e fascista molti intravidero la possibilità che si costituisse un fronte comune degli Stati proletari contro le plutocrazie occidentali. Emblematico il caso dell'Ungheria: nell'agosto del 1939, nel corso di una manifestazione crocefrecciata, accanto ai ritratti di Szálasi si videro a Budapest quelli di Hitler e di Stalin; e nell'ottobre del 1944 il governo delle Camicie Verdi comprenderà anche un ministro di origini comuniste evoluto in senso nazionalbolscevico, Ferenc Kassai-Schallmayer.
Anche in Italia, e già diversi anni prima, erano emersi orientamenti simili. Ancora prima che nel 1933 il governo fascista siglasse con quello di Stalin il patto di amicizia (Mussolini aveva firmato nel 1924 l'accordo sul ristabilimento dei rapporti diplomatici e consolari tra Italia e URSS), gli esponenti del corporativismo integrale "ritenevano che l'antitesi fra Roma e Mosca non esistesse e che anzi il fascismo dovesse assorbire l'esperienza sovietica attraverso il corporativismo" (3). Bruno Spampanato, ad esempio, sosteneva che la vera e irriducibile antitesi non era quella che opponeva Roma a Mosca, ma quella che contrapponeva Roma e Mosca alle democrazie plutocratiche dell'Occidente, anche se era fuori discussione che "lo Stato fascista già si avvicina alle conclusioni alle quali dovrà ineluttabilmente arrivare Mosca" (4). E fu sempre nel corso degli anni Trenta che Nicola Bombacci, già fondatore del Partito Comunista d'Italia, poté legalmente fondare e dirigere un paio di riviste: "L'italo-russa", che propugnava l'amicizia con l'URSS, e "La Verità", il cui titolo costituiva la traduzione pura e semplice di quello dell'organo del PCUS, "Pravda".
Dopo che Nicola Bombacci ebbe terminata sul lungolago di Dongo, al grido di "Viva il socialismo!", la sua carriera esemplare di nazionalbolscevico, a coltivare le migliori potenzialità della sinistra si provarono alcuni intellettuali di provenienza fascista: la continuità che in molti casi vi fu tra una precedente militanza fascista e un successivo impegno nel PCI o nella CGIL è ben documentata dal racconto autobiografico di Ruggero Zangrandi e dallo studio di Pietro Neglie sui "fratelli in camicia nera" (5).
Al comunismo occidentale, che, "incapace di sottrarsi davvero a una concezione individualistica della vita", rimane "intrinsecamente legato alla metafisica borghese e resta ancora al livello illuministico della carta dei diritti" (6), il teorico del corporativismo integrale, Ugo Spirito, contrappose fin dal 1961 l'ideale comunitario esemplificato in quegli anni dalla rivoluzione maoista. Anche Curzio Malaparte, che già aveva indicato in Mussolini "un restauratore dell'autorità, della fede, del dogma, dell'eroismo, contro lo spirito critico, scettico, razionalista e illuminista dell'Occidente", nel 1956 si recò in Cina, proprio mentre in Italia la "razza marxista nata dalla decadenza del capitalismo" andava in crisi e si convertiva in massa al progressismo democratico. M. Antonietta Macciocchi attesta che lo scrittore "si innamorò dei cinesi, di tutti i cinesi, dall'uomo di Pechino vecchio di mezzo milione di anni, fino a Mao Zedong che intervistò. Ma io - ricorda la Macciocchi - non potevo pubblicarne i reportages abbaglianti (saranno raccolti nel volume Io, in Russia e in Cina), perché gli intellettuali comunisti (compreso, ahimé, Calvino) avevano inviato una protesta a Togliatti contro la collaborazione alla proba stampa del PCI del 'fascista Malaparte'" (7).
Quello di recuperare i fascisti o, come minimo, di tenere aperto il dialogo con loro, era per Palmiro Togliatti un progetto di antica data. Primo firmatario di quell'appello con cui il Partito Comunista nel 1936 aveva esortato i "fascisti della vecchia guardia" e i "giovani fascisti" a "prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi" (8), il segretario comunista seguì con "rispettosa attenzione" (9) il tentativo del "Pensiero Nazionale", intrapreso da Stanis Ruinas al fine di realizzare una convergenza tra il PCI e i "fascisti di sinistra", e incaricò di coltivare i contatti Gian Carlo Pajetta ed Enrico Berlinguer (10). Quest'ultimo, che nel 1950 era capo della FGCI, "esaltava 'il patriottismo sincero dei giovani neofascisti' e auspicava un patto d'unione con loro contro l'imperialismo americano" (11). Il giornale dei giovani comunisti, "Pattuglia" (diretto da Ugo Pecchioli), pubblicò numerosi interventi di ex combattenti della RSI e patrocinò in tutta Italia una serie di manifestazioni congiunte contro il Patto Atlantico.

* * *
È possibile, nell'Italia di oggi, prospettare una unità d'azione tra le persone, i gruppi, i circoli e i movimenti che, al di là delle loro divergenze di orientamento politico, hanno in comune il rifiuto dell'occidentalismo e dell'egemonia atlantica?
In più di mezzo secolo, il sistema ha neutralizzato le potenziali opposizioni, facendo ricorso agli strumenti dell'antifascismo e dell'anticomunismo al fine di accentuare e rinfocolare i contrasti che hanno sempre diviso tra loro i suoi antagonisti. Anche nelle ultime settimane, in corrispondenza di progetti miranti a rilanciare sulle piazze un movimento di opposizione all'imperialismo statunitense e al governo collaborazionista di Roma, il sistema ha trovato immediatamente i sabotatori che si sono messi al suo servizio, stavolta nel nome dell'antifascismo.
Spaventati dall'idea che possa prendere corpo un movimento antimperialista che non discrimini i suoi aderenti sulla base della loro provenienza politica e della loro appartenenza ideologica, i bigotti e le beghine di quella che è stata definita "la religione dell'antifascismo" hanno gridato allo scandalo e hanno lanciato l'allarme contro le infiltrazioni fasciste.
L'Italia, si sa, è un paese conformista; e il pregiudizio antifascista, spiegabile con la necrosi mentale da cui sono affetti molti italiani, è tra tutti i tabù prepolitici uno dei più duri a morire. Gli idolatri che nel terzo millennio rendono culto a questo mostro sacro dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che aveva perfettamente ragione il buon Amedeo Bordiga, allorché diceva che la peggiore eredità del fascismo è, per l'appunto, l'antifascismo. Che spesso si manifesta in vere e proprie forme di antifascisteria.

NOTE:
1) Per una più ampia rassegna di tali brani del Diario di Drieu, cfr. C. Mutti, Un solo stendardo rosso, in: AA. VV., Omaggio a Drieu La Rochelle, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1996, pp. 67-83.
2) K. Rodzaevskij, Lettera a Stalin, in: Sergej Kulesov - Vittorio Strada, Il fascismo russo, Marsilio, Venezia 1998, pp. 238-239.
3) Rosaria Quartararo, Roma e Mosca. L'immagine dell'Urss nella stampa fascista (1925-1935), "Storia contemporanea", XXVII, 3, giugno 1996, p. 471.
4) Bruno Spampanato, Popolo e regime, Bologna 1932, p. 86. Cfr. anche Roma e Mosca o la vecchia Europa?, "Critica fascista", 15 novembre 1931.
5) R. Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, Feltrinelli, Milano 1962; P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996.
6) U. Spirito, Il comunismo cinese, "Rassegna italiana di sociologia", 1, 1961; poi in Comunismo russo e comunismo cinese, Sansoni, Firenze 1962, pp. 57-58. Scriveva tra l'altro Spirito, reduce da un viaggio nella Repubblica Popolare Cinese: "Il marxismo è, infatti, una dottrina storicistica di carattere occidentale ben determinata che va dal giudaismo al cristianesimo, dall'illuminismo all'hegelismo, e si concentra nell'analisi della struttura economica di un industrialismo e di un capitalismo che trasformano la società europea. Nulla di tutto questo può avere un effettivo significato per il cinese. (…) Del resto, la rivoluzione comunista cinese solo indirettamente può collegarsi con il marxismo originario e anche con quello russo. (…) Rivoluzione nazionalistica e e rivoluzione contadina, quindi, fuori di ogni schema e di ogni logica marxistica. (…) È la tradizione cinese di sempre, che continua ad esprimersi fuori di ogni legame diretto col marxismo" (op. cit., pp. 87-88). Non dovrebbe dunque sembrare del tutto peregrino il tentativo di conciliazione che noi stessi a suo tempo facemmo tra i termini "maoismo" e "tradizione" (Maoismo e tradizione, "Quaderni del Veltro", Bologna, settembre 1973).
7) M. A. Macciocchi, Chi ha paura dell'ombra di Malaparte?, "Corriere della sera", 19 luglio 1987.
8) AA. VV., Per la salvezza dell'Italia riconciliazione del popolo italiano!, "Lo Stato Operaio", X, 8, agosto 1936; rist. in "I Quaderni di Storia Verità", 1, s. d.
9) Giano Accame, Da Salò al Pci, "Area", dicembre 1998.
10) Per una ricostruzione del rapporto tra il gruppo di Stanis Ruinas e i dirigenti del PCI, si veda: Paolo Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI, la storia sconosciuta di una migrazione politica. 1943-53, Mondatori, Milano 1998.
11) Antonio Socci, Berlinguer voleva allearsi col Msi, "L'Indipendente", 5 gennaio 1994.


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giovedì, 23 ottobre 2008

Il proclama con cui il gruppo Kampfgemainschaft revolutionärer Nationalsozialisten di Otto Strasser comunicò la sua rottura con il partito nazista di Hitler.

Fu pubblicato su Nationaler Sozialist il 4 luglio 1930

LES SOCIALISTES QUITTENT LE NSDAP

Nous constatons avec tristesse depuis plusieurs mois l'évolution du NSDAP et voyons avec une crainte accrue que le parti s'éloigne de plus en plus souvent, et en des points de plus en plus cruciaux, de l'idée nationale socialiste.

Sur bon nombre de questions de politique étrangère, intérieure et surtout économique, le parti a pris des positions de moins en moins compatibles avec les 25 points du programme qui est seul légitime à nos yeux. Plus lourd de conséquences encore, le sentiment d'un embourgeoisement croissant du parti, l'accent mis sur des questions tactiques, au détriment des principes, et l'observation angoissante que le parti a développé en son sein un appareil qui confond les intérêts du mouvement avec ses intérêts propres, et fait peu de cas des exigences de l'idée.

Nous concevions, et concevons, le national-socialisme comme un mouvement expressément anti-impérialiste. Son nationalisme se borne a préserver et assurer la vie et la croissance de la nation allemande sans aucune volonté de domination d'autres peuples et d'autres pays. Pour nous, le refus d'une guerre d'intervention contre la Russie prônée par le capitalisme international est naturel. Il nous est imposé par l'idée et par les exigences découlant d'une politique étrangère allemande. C'est pourquoi les fréquentes prises de position du parti en faveur de cette guerre d'intervention nous paraissent contraires à l'idée et aux exigences de la politique extérieure allemande.

La lutte du peuple hindou pour sa liberté contre l'oppression anglaise et l'exploitation capitaliste s'impose. En premier lieu parce que tout affaiblissement d'une puissance signataire du traité de Versailles sert les intérêts d'une politique de libération allemande. En second lieu, nous approuvons la lutte des peuples opprimés contre les usurpateurs et les exploiteurs, car notre idée du nationalisme implique que le droit à l'épanouissement de l'identité des peuples que nous réclamons pour nous-mêmes s'applique également aux autres peuples et aux autres nations. Nous ignorons en effet la notion libérale des « bienfaits de la civilisation ». C'est pourquoi nous avons estimé contraire aux intérêts réels de l'Allemagne et aux principes fondamentaux du national-socialisme le soutien du parti à l'impérialisme britannique contre le mouvement de libération hindou.

La nature du national-socialisme est à nos yeux d'être un mouvement grand allemand dont l'objectif pour l'Etat est la création d'une grande Allemagne du peuple allemand par le refus des Etats nés de considérations dynastiques, religieuses ou arbitraires (l'intervention de Napoléon) qui interdisent toute union des forces nationales indispensable pour libérer l'Allemagne et affirmer son assise. C'est pourquoi les fréquentes prises de position du parti en faveur du système des Etats séparés, dont la conservation et la montée en puissance sont assimilés à un devoir du national-socialisme, nous paraissent contraires aux intérêt de l'Etat et à l'idée d'une Union Grande-Allemande.

A nos yeux, le national-socialisme fut et demeure un mouvement républicain où la monarchie héréditaire n'a pas de place, non plus que les privilèges qui reposent sur autre chose que le mérite envers la nation. Le national-socialisme est révolutionnaire, il doit en finir avec le principe d'une souveraineté illégitime et avec une démocratie purement formelle pour instaurer une démocratie organique de type germanique et corporative. L'obscurité sciemment entretenue par le parti sur le choix entre république et monarchie nous gène tout autant que les éloges excessifs que les organes officiels multiplient à l'égard du principe de souveraineté fasciste, car nous y voyons une menace pour le mouvement et un péché contre l'idée.

Le national-socialisme est surtout à nos yeux l'antithèse du capitalisme international. Il entend instaurer le socialisme dont l'idée fut trahie par le marxisme, édifier une économie de type collectif gérée par la nation au profit de la nation, briser la domination de l'argent sur le travail, qui empêche l'épanouissement de l'âme d'un peuple et la constitution d'une véritable communauté populaire. Pour nous, le socialisme appelle une économie fondée sur les besoins nationaux impliquant l'accession de tous les travailleurs à la propriété, aux décisions et aux profits de la nation. Il implique de briser le monopole de la propriété capitaliste et surtout le monopole de décision qui profite actuellement au seul détenteur du titre de propriété.

Nous estimons contraire à l'esprit et au programme du national-socialisme, dont nous avons soutenu avec force les exigences sociales, l'étiolement progressif de la volonté sociale du mouvement (par exemple sur le point 17) à travers des formulations vagues qui contrastent avec le programme en 25 points du parti.

Nous estimons que le national-socialisme s'oppose par son essence même tout autant à la bourgeoisie capitaliste qu'au marxisme international, et qu'il a pour tâche de les combattre l'une et l'autre : le marxisme en tant qu'il associe à une idée du socialisme juste en soi le libéralisme d'un matérialisme et d'un internationalisme erronés, la bourgeoisie en tant qu'elle associe à un sens tout aussi juste du nationalisme un rationalisme et un capitalisme libéraux également faux. Les forces positives qui se dégagent de ces deux combinaisons funestes sont vouées à la stérilité pour la nation et l'histoire : c'est pourquoi il n'y a pas à notre sens de différence fondamentale dans notre double opposition au marxisme et à la bourgeoisie. Le libéralisme à l'oeuvre dans les deux cas en fait nos ennemis. Nous ressentons les slogans purement antimarxistes affichés ces derniers temps par les dirigeants du parti comme une demi-vérité, laquelle laisse soupçonner une sympathie pour une bourgeoisie qui utilise ces mêmes slogans pour dépendre ses intérêts capitalistes. Or jamais nous n'eûmes rien de commun avec ces intérêts.

Ces appréhensions fondamentales se trouvèrent confirmées, renforcées, éclairées par des craintes nées des choix tactiques opérés par le NSDAP.

Nous avons toujours constaté avec une certaine gêne et quelque dépit qu'Adolf Hitler s'exprimait fréquemment aux côtés de personnalités du monde de l'entreprise et du capitalisme sur les buts et les voies du national-socialisme, mais s'interdisait de rencontrer les leaders ouvriers et paysans. Voulait-on par là faire croire que le national-socialisme était plus proche des premiers que des seconds ? Cette impression était d'autant plus funeste que nous en étions sûrs, la sincérité de notre volonté socialiste excluait toute entente avec les patrons, lesquels privilégieraient toujours leurs intérêts capitalistes sur la réalisation d'objectifs nationaux, pour peu que ceux-ci impliquent le passage au socialisme.

Pour ce même motif, nous nous inquiétâmes des liens tissés par la direction du parti avec Hugenberg, le Parti Populaire National Allemand, parfois avec les "Casques d'acier" et les "Patriotes". Peut-être s'expliquaient ils dans certains cas, lors de consultations électorales, mais ils donnaient une mauvaise image de notre mouvement.

A nos yeux, le national-socialisme, de part son caractère révolutionnaire se doit fondamentalement de refuser toute politique de compromis et de coalition, car les coalitions aident au maintien du système en place, un système d'asservissement national et d'exploitation capitaliste. La nature même du national-socialisme et son objectif, la révolution allemande, nous interdisent à nos yeux de vouloir entrer dans cet Etat que nous avons combattu avec toute la force de notre volonté révolutionnaire.

La décision de la direction du parti de participer à un gouvernement de coalition en Thuringe en s'appuyant sur les partis bourgeois nous a fortement ébranlée. Nous nous sommes demandés si notre conception de la nature et de l'objectif du national-socialisme, tels qu'il s'expriment clairement dans le programme et les actions passées du parti pouvaient encore être préservés. Les réserves que nous émises restèrent sans réponse de la direction du parti. Le NSDAP était ainsi dans la situation du SPD après 1919, lorsque ce parti décida de s'unir aux ennemis de ses conceptions économiques et trahit, ce faisant, ses objectifs politiques. Cette même logique implacable conduisait le NSDAP à trahir ses principes et à accepter en Thuringe un nouvel impôt, l'augmentation des loyers, etc.

Les persécutions de l'Etat ne justifient aucunement le renoncement aux convictions, comme le prouvent les interdictions en Bavière et en Prusse. Ce renoncement provoque le découragement et fait perdre au mouvement son caractère, car cet argument de la lâcheté peut justifier n'importe quelle trahison. Pour nous, la tactique trouve sa finalité dans les principes. A l'inverse, la direction du parti s'est progressivement éloignée de son programme et de points de plus en plus fondamentaux, sous couvert de considérations tactiques.

Le mouvement s'est embourgeoisé, il est aussi devenu un parti de bonzes.

Les dirigeants de la SA et une proportion grandissante des cadres du mouvement ont adopté une attitude et des modes de vie contraires aux impératifs d'un mouvement révolutionnaire et à la dignité. La dépendance matérielle directe ou indirecte de la quasi totalité des cadres du parti et de son Führer a créé cette atmosphère byzantine qui interdit toute expression d'une opinion indépendante et entraîne cette corruption politique et économique à laquelle les simples militants sont sensibles sans qu'il puissent s'y opposer du fait de la structure même du parti. Elle explique aussi tous les faux pas nés de conflits de personnes au sein du mouvement

Préoccupés par cette évolution aux niveaux des principes, de la tactique et de l'organisation, nous avons multiplié les mises en garde et les avertissement. En témoignent les cinq années d'existence de notre journal, Les Lettres Nationales-Socialiste, comme aussi nos discours et nos entretiens personnels, qui défiaient les pressions subies de la part de la hiérarchie. A aucun moment nous n'avons envisagé, par opportunisme politique, de modifier notre comportement, et bien souvent, voyant la gravité des entorses à l'esprit du national-socialisme, de la part de la direction du parti, nous nous sommes demandés s'il ne convenait pas de prendre position publiquement.

Si nous ne l'avons pas fait jusqu'à maintenant, c'est que bien souvent, la direction du parti ne reniait pas ouvertement les 25 points, et parce que nous espérions que l'esprit révolutionnaire qui vit parmi la masse des SA et surtout de sa jeunesse triompherait de l'embourgeoisement des bonzes du parti.

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Stalin, il bolscevismo e la “questione nazionale”
Josip Stalin definisce il leninismo «il marxismo dell’epoca dell’Imperialismo e della Rivoluzione proletaria» (Stalin, Principi del Leninismo). Tocca infatti al fondatore dell’Unione Sovietica, già nei scritti antecedenti la Ia Guerra Mondiale, tracciare e teorizzare la teoria comunista nell’epoca delle lotte anticoloniali e antiimperialiste, ponendo in primo piano la “Questione Nazionale”. E sarà proprio Lenin ad affidare a Stalin, nel 1912, la stesura del saggio “Il marxismo e la questione nazionale”, che sarà, almeno fino alla morte dell’autore, la dottrina ufficiale del movimento comunista sulla questione delle nazionalità (a Stalin sarà anche affidato il ruolo di Commissario politico per le Nazionalità nel governo post rivoluzionario fino al 1923): «Lenin e Stalin si rendono conto della nuova e crescente importanza della questione nazionale ai fini della rivoluzione proletaria e sviluppano arditamente le basi teoriche e pratiche della politica nazionale della classe operaia, conformemente alle esigenze dell'egemonia del proletariato nelle lotte democratiche dell'epoca imperialistica, e iscrivono nel programma dei bolscevichi la rivendicazione del diritto di autodecisione delle nazioni» (C.S.Caracciolo, prefazione a Stalin, il marxismo e la questione nazionale e coloniale, 1949).« Nell'epoca dell'imperialismo, invece, quando il movimento di liberazione nazionale assunse su scala mondiale proporzioni di grande rilievo, si rese necessario ordinare queste idee di Marx e di Engels in un organico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali e legare tale questione a quella del rovesciamento dell'imperialismo, considerandola come parte integrante del problema generale della rivoluzione proletaria internazionale. Ed è ciò che è stato fatto da Lenin e da Stalin»(Voprosy filosofii, Classe e nazione, 1949)
 
La lotta nazionale, antiimperialista, era per Lenin, un modo per «indebolire e abbattere l’imperialismo». Lenin mette però anche attenzione sul ruolo doppiogiochistico della borghesia: «La borghesia delle nazioni oppresse trasforma continuamente la parola d’ordine della liberazione nazionale in un inganno per gli oppressi; nella politica internazionale essa utilizza questa parola d’ordine per accordi reazionari con la borghesia della nazioni dominanti, nella politica estera tende ad accordarsi con una delle potenze imperialiste rivali per attuare i propri scopi di rapina» (Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto di autodeterminazione delle nazioni). Il capo dei bolscevichi contrappone, quindi, al «falso patriottismo» oppressore della borghesia, «il patriottismo degli operai, cha ha un carattere democratico, progressivo e rivoluzionario ben definito. «E' forse - egli scrive- estraneo a noi proletari coscienti, Grandi-Russi, il sentimento dell'orgoglio nazionale? Certo che no! Noi amiamo la nostra lingua e la nostra patria, noi lavoriamo soprattutto per elevare le masse lavoratrici a una vita cosciente di socialisti e democratici. Quel che più ci amareggia è vedere e il sentire a quali violenze, a quale oppressione e a quale scherno i carnefici zaristi, i nobili e i capitalisti sottopongono la nostra bella patria.[...]Noi siamo tutti presi da un sentimento di orgoglio nazionale, perchè la nazione grande-russa ha anche creato una classe rivoluzionaria[...]» (C.S.Caracciolo, prefazione a Stalin, il marxismo e la questione nazionale e coloniale, 1949). Nel 1923 Lenin predice uno «scontro armato tra l’Occidente controrivoluzionario ed imperialista e l’Oriente rivoluzionario e nazionalista»(Lenin, Meglio meno, ma meglio, 1923), di cui farà parte l’Unione Sovietica.
 
A definire marxisticamente le caratteristiche fondamentali di Nazione è Stalin: «La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura»( Stalin, il marxismo e la questione nazionale), rigettando, allo stesso tempo e con eguale vigore, sia le teorie razziali sia quello che vogliono la nazione come un conglomerato effimero, casuale. Per Stalin «una nazione ha il diritto di decidere liberamente il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni»( Stalin, il marxismo e la questione nazionale). La «democratizzazione completa del paese» è il fondamento della soluzione alla questione nazionale in Russia, dove bisogna combattere contro l’«imperialismo interno». La soluzione di Stalin è:«la Russia deve tradursi in un’unione di nazioni e le nazioni in un unione di individui stretti in un’unica società, indipendentemente dalle regioni dello stato in cui vivono»( Stalin, il marxismo e la questione nazionale). Quindi è il principio dell’autodeterminazione dei popoli, teorizzato da Lenin, l’idea necessario per risolvere la questione russa.
Lenin e Stalin saranno sempre uomini fortemente inseriti nel contesto russo e, di fatto, rigetteranno l’internazionalismo marxista: «Per poter guidare una rivoluzione senza precedenti nella storia delle nazioni, quale è quella in atto in Russia, è ovviamente necessario possedere un legame indissolubile con le forze profonde della vita di un popolo, un legame che nasce da radici profondissime» (Trotsky, The Russian in Lenin), tanto da riprendere costantemente punti di riferimento fra i rivoluzionari slavofili (Aleksander Herze, Michail Bakuni, Sergej Necaev). Il poeta Aleksandr Blok vedeva «nel bolscevismo [di Lenin] la grande rinascita della nazione russa». Stalin non farà altro che esplicitare l’Idea leniniana: «Già prima del 1939 vi era stata nella letteratura, nella stampa e nella propaganda sovietiche una rivalutazione delle tradizioni nazionali russe. Nel discorso che tenne il 7 novembre [1941, anniversario della rivoluzione] il dittatore sovietico associò in un’unica esaltazione delle glorie patrie i nomi più disparati di eroi popolari, di principi guerrieri e di generali zaristi»(Aldo Agosti, Stalin, 1983). Stalin «fece assurgere ad ideologia il nazionalbolscevismo, di cui divenne l’incarnazione vivente» (Mikhail Agursky, Terza Roma. Il Nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, 1989). E poi venne l’epica della “Grande Guerra Patriottica”.

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sabato, 18 ottobre 2008



LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO, UNITEVI!
KIM IL SUNG
Intervista all’Unità,
organo del Partito Comunista Italiano,
2 aprile 1974

Domanda: Poco più di un anno addietro, grandi speranze erano state sollevate
dall'annuncio di un accordo fra le due parti della Corea per la riunificazione pacifica del
paese, al di fuori di ogni ingerenza straniera. Ma da allora, si ha l'impressione che nuovi
ostacoli siano sorti su questo cammino.
Potete direi quali siano queste difficoltà e come potrebbero essere superate?


Risposta: Nel 1972, quale esito del dialogo ingaggiato fra il Nord e il Sud, fu resa di
pubblico dominio, nel nostro paese, la Dichiarazione congiunta del Nord e del Sud, che
consisteva essenzialmente nei tre principi formulati dal nostro partito: indipendenza,
riunificazione pacifica e grande unione nazionale. Si trattò di un grande progresso nella
lotta del nostro popolo per la riunificazione indipendente e pacifica della patria. Ne furono
rallegrati non soltanto il popolo del Nord e del sud della Corea, ma anche i popoli del
mondo intero, che salutarono calorosamente quella dichiarazione.
Dopo la sua pubblicazione, noi abbiamo fatto tutto quanto era in noi per tradurre in
pratica la dichiarazione ed affrettare il più possibile la riunificazione della patria, ma i
nostri sforzi si sono scontrati con gravi ostacoli, determinati dalle manovre degli
scissionisti, interni ed esterni, desiderosi di perpetuare la divisione della nostra nazione.
All'indomani della firma della Dichiarazione congiunta del Nord e del Sud, le autorità sudcoreane,
spinte dall'imperialismo americano, la stracciarono, sostenendo che si trattava
soltanto di un foglio di carta del quale non ci si poteva fidare. Successivamente, essi si
abbandonarono ad atti diametralmente contrari ai principi della Dichiarazione congiunta e
rifiutarono tutte le proposte ragionevoli da noi avanzate al fine di accelerare la
riunificazione della patria. Infine, nel giugno scorso, esse proclamarono a tutto il mondo la
loro «politica », intesa a congelare e perpetuare la divisione nazionale. Esse preconizzano
l'adesione separata della Corea del sud e della Corea del nord alle Nazioni Unite; in realtà
esse vogliono, in questo modo, congelare la divisione della nazione e lasciare il nostro
paese diviso in due per sempre.
Le manovre di divisione nazionale messe in atto dalle autorità sudcoreane sono la
conseguenza della politica delle «due Coree» perseguita dall'imperialismo americano.
Quest'ultimo, quando ha constatato la impossibilità di realizzare i suoi piani di aggressione
contro la metà settentrionale della repubblica e di trasformazione dell'intera Corea in una
sua colonia, ha fatto ricorso alla politica delle «due Coree», con il fine occulto di continuare
a tenere sotto il suo controllo almeno la Corea del sud. In occasione dell'Assemblea
generale dell'ONU, riunitasi l'anno scorso, gli imperialisti americani, d'intesa con i loro
seguaci, hanno messo in opera tutti gli stratagemmi possibili per far approvare il loro
«progetto di risoluzione» relativo alla creazione di «due Coree».
I più attivi seguaci dell'imperialismo americano in questa manovra delle «due Coree» sono
i militaristi giapponesi, i quali, mentre intensificano le loro mene aggressive contro la
Corea del sud, sostengono attivamente, in aperta collusione con l'imperialismo americano,
il complotto volto alla fabbricazione delle «due Coree». Non è certamente a caso che una
rivista giapponese ha scritto recentemente che «la politica delle "due Coree" è una
commedia che recita il governo Pak Jeung Hi secondo la regia e sotto la sorveglianza degli
Stati Uniti e grazie alla messa in scena del Giappone».
Noi riteniamo che il sicuro cammino verso la soluzione del problema della riunificazione
del nostro paese potrà essere intrapreso soltanto quando saranno sventate le manovre per
la creazione di «due Coree», perseguite dagli imperialisti americani, dai militaristi
giapponesi e dalle autorità sudcoreane, e quando sarà posto termine ad ogni ingerenza
straniera nel problema coreano.
Il Partito del lavoro di Corea e il governo della repubblica si oppongono recisamente ad
ogni tentativo di congelare e perpetuare la divisione del nostro paese e respingono con
fermezza ogni ingerenza straniera negli affari interni del nostro paese.
L'Assemblea generale dell'ONU dello scorso anno, alla quale ha presenziato per la prima
volta nella storia un rappresentante della Repubblica popolare democratica di Corea,
sventando la manovra delle «due Coree» perseguita dall'imperialismo americano e dai suoi
servi, ha sostenuto i tre principi per la riunificazione della patria indicati nella
Dichiarazione congiunta del Nord e del Sud e ha deciso di sciogliere senza indugio la
«Commissione dell'ONU per l'unificazione e la ricostruzione della Corea », che era uno
strumento dell'ingerenza dell'imperialismo americano nei nostri affari interni. Si è trattato
di una misura meritevole del nostro apprezzamento che contribuisce alla creazione di una
situazione favorevole per il regolamento del problema della riunificazione del nostro paese,
e di una grande vittoria della linea di condotta del nostro partito per la riunificazione
pacifica e indipendente.
Il Partito del Lavoro di Corea e il governo della repubblica continueranno anche in futuro a
fare quanto è possibile per mandare interamente a vuoto tutti i tentativi di perpetuare la
divisione della nostra nazione e per accelerare ulteriormente la riunificazione indipendente
e pacifica della patria.
In primo luogo, noi lotteremo con forza per togliere il casco delle «Forze delle Nazioni
Unite» alle truppe d'aggressione dell'imperialismo americano dislocate nella Corea del
sud, che costituiscono il principale ostacolo alla soluzione del problema della riunificazione
della Corea, e per obbligarle a ritirarsi. Allo stesso tempo, conformemente ai principi
contenuti nella Dichiarazione congiunta del Nord e del Sud, ci adopereremo per portare
avanti il dialogo e per realizzare la cooperazione e una politica di scambi multiformi fra il
Nord e il Sud.
Per far progredire il dialogo avviato fra il Nord e il Sud, le autorità sudcoreane devono
astenersi da ogni atto che sia in contrasto con i principi della Dichiarazione congiunta del
Nord e del Sud. E tuttavia, esse non cessano ancora aggi di perseguire i loro tentativi volti a
perpetuare la divisione nazionale e la loro politica di ricorso alle forze straniere, ed inoltre
esercitano una crudele repressione contro le personalità democratiche ed i giovani studenti
patriottici sudcoreani che rivendicano la riunificazione della patria e la democrazia. Queste
azioni delle autorità sudcoreane costituiscono attualmente il principale ostacolo al dialogo
avviato fra il Nord e il Sud.
Se le autorità sudcoreane rinunceranno alle loro posizioni scissionistiche, rispetteranno la
Dichiarazione congiunta del Nord e del Sud e si adopereranno sinceramente per la sua
realizzazione, allora il dialogo fra il Nord e il Sud progredirà con successo.
Se le autorità sudcoreane continueranno a disconoscere la Dichiarazione congiunta del
Nord e del Sud e ad agire contro di essa, il popolo non le perdonerà. I giovani studenti e la
popolazione della Corea del sud - indignati per la politica di tirannia fascista praticata
sempre più apertamente dalle autorità sudcoreane e per le loro manovre tese a perpetuare
la divisione nazionale e la loro politica di asservimento nei confronti del Giappone - si sono
ribellati contro il «governo» e il fascismo e reclamano la democratizzazione. Essi
combattono coraggiosamente da parecchi mesi portando avanti queste parole d'ordine:
«Abbasso il regime di Pak», «Vogliamo la democrazia», «Basta con l'asservimento al
Giappone». A buon diritto essi si battono contro coloro che tradiscono la nazione ed
opprimono il popolo appoggiandosi alle forze straniere.
I giovani studenti e la popolazione della Corea del sud usciranno certamente vittoriosi
dalla loro giusta lotta patriottica e la grandiosa opera di riunificazione della patria non
mancherà di essere realizzata dalle forze unite dell'intero popolo coreano.

Domanda: Voi vivete al centro di una regione del mondo che ha conosciuto nell'ultimo
quarto di secolo due guerre lunghe e sanguinose, ma dove l'imperialismo ha subito anche
delle pesanti sconfitte, grazie alla lotta eroica dei popoli della Corea e del Vietnam. Come
valutate le prospettive in questa parte del mondo all'indomani della brillante vittoria del
popolo vietnamita e alla luce dei più recenti sviluppi delle relazioni internazionali, a
livello mondiale?


Risposta: In Asia, nel corso del periodo indicato, la lotta dei popoli contro le aggressioni e
gli interventi dell'imperialismo si è dimostrata più accanita che in qualsiasi altra regione ed
ha inflitto agli imperialisti dei colpi cocenti.
Gli imperialisti americani avevano cominciato a perdere terreno in seguito alla pesante
sconfitta sia politica che militare, subita nella guerra di Corea; battuti una seconda volta
nella guerra del Vietnam, essi si sono visti profondamente invischiati nel fango della loro
rovina. Attualmente, essi passano da uno scacco all'altro in Cambogia e si vedono vinti e
respinti in tutta l'Asia.
Tutto ciò dimostra che, nel periodo in questione, la situazione in Asia si è evoluta a
vantaggio dei popoli asiatici e che gli americani hanno subito nel continente una sconfitta
bruciante.
Tuttavia, gli imperialisti americani non cessano di perseguire le loro mire aggressive
contro i paesi asiatici e cercano in ogni modo di trarsi d'impaccio. Essi cercano
perfidamente, in base a quella che chiamano la «dottrina Nixon», di mettere gli asiatici
contro gli asiatici e si servono a tale scopo dei paesi loro satelliti e dei loro fantocci in Asia.
A loro volta i militaristi giapponesi, appoggiati attivamente dall'imperialismo americano,
intensificano la loro penetrazione in numerosi paesi asiatici, al fine di realizzare oltremare
le loro ambizioni espansionistiche.
Ma le mire aggressive degli imperialisti americani e dei militaristi giapponesi contro i Paesi
asiatici non potranno mai realizzarsi. lo credo che, nel futuro, la situazione generale in Asia
si svilupperà sempre più a favore dei popoli asiatici.
In Asia vi sono molti paesi in lotta dove sono in corso rivoluzioni. I popoli rivoluzionari
dell'Asia sono saldamente uniti in un fronte comune contro l'aggressione e l'intervento
degli imperialisti. La lunga lotta condotta contro il colonialismo e il neocolonialismo ha
risvegliato ed agguerrito i popoli dell'Asia.
Oggi la rivendicazione dell'indipendenza cresce vigorosamente in tutte le regioni dell'Asia e
la tendenza alla lotta contro l'imperialismo americano e il militarismo giapponese
guadagna rapidamente di ampiezza. La lotta dei popoli dell'Asia finirà, in breve, con la
completa cacciata degli imperialisti americani dall'Asia e con il fallimento delle manovre
aggressive dei militaristi giapponesi.
Certo, è possibile che nell'avvenire gli imperialisti americani ricorrano a stratagemmi
ancora più subdoli per modificare il loro modo di agire in Asia. Ma, quale che possano
essere questi metodi, i popoli rivoluzionari dell'Asia resteranno saldi fino in fondo nella
loro posizione antimperialista, e l'avvenire dell'Asia sarà deciso dagli stessi popoli asiatici,
padroni del loro continente.
I popoli dell'Asia edificheranno un'Asia del tutto liberata dall'imperialismo, senza
sfruttamento né oppressione, un'Asia nuova, indipendente e prospera.

Domanda: Il Partito del Lavoro di Corea ha sempre occupato un posto di tutto rispetto
nel movimento comunista internazionale e ha dato con contributo importante alla lotta
antimperialista nel mondo. Vorremmo domandarvi come valutate, alla luce delle vostre
esperienze, le prospettive della lotta per la pace, contro l'imperialismo, nell'attuale
periodo storico ed il ruolo che il movimento operaio e comunista internazionale è
chiamato a svolgere in questa lotta.


Risposta: Come voi ben sapete, attualmente sulla scena internazionale si afferma sempre
più di frequente che l'epoca attuale è caratterizzata dal passaggio dalla guerra fredda e dal
confronto alla coesistenza pacifica e alla cooperazione. Il nostro popolo, per quel che lo
riguarda, desidera unanimemente la pace, e una pace stabile. Ma il popolo coreano è
convinto che la pace non si otterrà mediante sollecitazioni all'indirizzo degli imperialisti e
che essa sarà realizzabile solo mediante una lotta tenace contro di loro.
Più la loro situazione si fa difficile, pili gli imperialisti ricorrono subdolamente alla tattica
del doppio gioco. Si tratta di un procedimento abituale al quale essi ricorrono ogni qual
volta si trovano in imbarazzo.
Oggi gli imperialisti americani, nel segno della «pace», cercano di migliorare le loro
relazioni con le grandi potenze e di allentare temporaneamente la tensione nei loro
confronti per guadagnare così il tempo necessario a riprendere vigore; al tempo stesso, essi
continuano a intensificare le loro manovre aggressive nei confronti dei piccoli paesi e la
ingerenza nei loro affari interni. Recentemente, essi hanno spinto gli espansionisti
israeliani a scatenare una guerra di aggressione contro i popoli egiziano e siriano. Hanno
organizzato nel Cile un colpo di stato militare fascista che ha rovesciato il legittimo
governo di Unità popolare. Gli imperialisti americani sono anche responsabili degli atti di
aggressione e di ingerenza compiuti in Corea, in Cambogia, nel Vietnam. nel Laos, come
anche in una serie di paesi africani e in molti altri paesi.
Come dimostra la realtà dei fatti, i popoli desiderano la pace, ma gli imperialisti si
dedicano tuttora all'aggressione, alla guerra e all'ingerenza negli affari altrui.
Per questo noi riteniamo che più gli imperialisti inalberano l'insegna della «pace», più è
necessario raddoppiare la vigilanza e rafforzare la lotta antimperialista.
Grazie al fatto che gli imperialisti ostentano l'insegna della «pace», vi sono delle persone
che, facendosi delle illusioni, cercano di eludere la lotta contro di loro, ed altre persone che
vorrebbero garantirsi la sicurezza attraverso un compromesso senza principi con gli
imperialisti. Si tratta di individui che, stanchi della lotta rivoluzionaria, si ripromettono di
rinunciare alla rivoluzione, oppure di vili che hanno paura della rivoluzione. Peraltro, la
esistenza di questi individui non indebolisce la lotta antimperialista nel suo complesso.
È evidente che l'esistenza dell'imperialismo provocherà lo sfruttamento e l'oppressione,
l'aggressione e l'ingerenza imperialista; al tempo stesso, non c'è bisogno di sottolineare che
la persistenza dello sfruttamento e dell'oppressione, dell'aggressione e dell'ingerenza
imperialista solleciterà la lotta rivoluzionaria dei popoli. È soltanto grazie alla loro lotta che
i popoli possono liberarsi dallo sfruttamento e dall'oppressione dell'imperialismo e
conquistare l'indipendenza e la pace.
Un gran numero di popoli della terra patiscono ancora l'oppressione e lo sfruttamento da
parte dell'imperialismo; ed è per questa ragione che il numero di coloro che si oppongono
all'imperialismo e vogliono fare la rivoluzione è destinato ad aumentare. Attualmente i
popoli di molti paesi, sottoposti all'aggressione e all'ingerenza imperialista, insistono nella
necessità di continuare la battaglia e si impegnano validamente nella lotta antimperialista,
senza lasciarsi intimidire dalle difficoltà e dalle prove di ogni genere.
La lotta antimperialista dei popoli si rafforzerà sempre più a dispetto di tutti i soprusi degli
imperialisti i quali, all'insegna della «pace», cercano di paralizzare la coscienza
rivoluzionaria dei popoli e di soffocare la loro lotta. Grazie alla lotta tenace contro
l'imperialismo, i popoli saranno in grado di conquistare la loro liberazione sociale e la loro
indipendenza nazionale e di assicurare al mondo la pace e la sicurezza.
Quanto al ruolo svolto dal movimento comunista ed operaio internazionale nella lotta
antimperialista, esso rappresenta oggi la più possente delle forze rivoluzionarie che si
oppongono all'insieme delle forze reazionarie, con gli imperialisti in prima fila; esso è
inoltre una forza decisiva nel fronteggiare la politica di aggressione e di guerra
dell'imperialismo e nel garantire la pace e la sicurezza nel mondo. L’odierna evoluzione
della situazione complessiva internazionale in favore della pace e della democrazia,
dell'indipendenza nazionale e del socialismo, è dovuta al rafforzamento del movimento
comunista ed operaio internazionale.
Se nel futuro il movimento comunista ed operaio internazionale sarà in grado di progredire
nell'unità delle sue forze, non vi è dubbio che esso svolgerà un ruolo ancora più importante
di quello odierno nella lotta contro l'imperialismo e per la pace. Noi auspichiamo
sinceramente l’azione unanime di tutte le forze rivoluzionarie, in una stretta unità, nella
loro lotta contro l'imperialismo e particolarmente contro l'imperialismo americano. Il
nostro partito condurrà nel futuro, così come ha fatto nel passato, una ferma lotta per
l'unità del movimento comunista internazionale e per la coesione di tutte le forze
rivoluzionarie antimperialiste.

Domanda: Malgrado le distruzioni provocate dalla guerra, la Repubblica popolare
democratica di Corea ha realizzato negli ultimi 20 anni un rimarchevole progresso
economico e sociale. Quali sono i traguardi e le prospettive di questo sviluppo per i
prossimi anni?


Risposta: Come voi avete sottolineato, la guerra triennale imposta dall'imperialismo
americano aveva terribilmente devastato l’economia del nostro paese. Nel dopoguerra,
abbiamo iniziato la ricostruzione dell'economia praticamente dal nulla, sopra un cumulo di
ceneri. Sotto la giusta direzione del Partito del Lavoro di Corea, il nostro popolo, con la sua
lotta eroica, non solo ha riparato rapidamente i guasti provocati dalla guerra, ma ha
proceduto in un lasso di tempo assai breve, alla trasformazione del nostro paese - che era
un paese agricolo coloniale ed arretrato - in un forte Stato socialista, dotato di una
industria indipendente e moderna e di una agricoltura avanzata, di una scienza e di una
cultura che fioriscono e si sviluppano brillantemente. L'odierno aspetto del nostro paese è
cambiato in maniera irriconoscibile, al punto che non può essere paragonato con quello di
venti anni fa. Il nostro popolo ne è infinitamente fiero ed orgoglioso.
Tuttavia queste realizzazioni rappresentano soltanto l'inizio: nel futuro dobbiamo fare
molto di più di quanto abbiamo già realizzato nel recente passato.
Circa la vostra domanda relativa ai nostri obiettivi di lotta e alle nostre prospettive di
sviluppo, penso che per rispondervi sarà sufficiente indicare gli obiettivi principali del
piano sessennale approvato dal V° Congresso del nostro partito e lo stato della loro
esecuzione al momento attuale.
Il fulcro del piano sessennale è rappresentato dai tre obiettivi della rivoluzione tecnica.
Formulati dal nostro partito, essi mirano grazie ad un processo di innovazione tecnologica
che deve essere attuato su vasta scala nell'industria, nell'agricoltura e in tutti gli altri
settori della economia nazionale - a ridurre considerevolmente le differenze tra il lavoro
pesante e il lavoro leggero, fra il lavoro agricolo, e il lavoro industriale, e a liberare le donne
dei lavori domestici pesanti.
Abbiamo già realizzato dei grandi successi nell'adempimento dei tre compiti della
rivoluzione tecnologica, aprendo così concrete prospettive per la loro positiva
realizzazione. La produzione di macchine utensili, anello centrale della catena che porterà
alla realizzazione della rivoluzione tecnologica, ha registrato dei progressi rimarchevoli;
sono state al tempo stesso gettate le basi dell'industria elettronica e della industria
dell'automazione, rendendo così possibile il passaggio alla semiautomazione e alla
automazione in tutti i settori della economia nazionale. Grazie alla lotta vigorosa portata
avanti nel settore industriale per ridurre le differenze fra il lavoro pesante e il lavoro
leggero, sono state realizzate in larga misura la meccanizzazione complessiva delle miniere
di carbon fossile e di altre miniere, nonché l'automazione nelle imprese metallurgiche e
chimiche. In particolare nel campo delle lavorazioni ad alte temperature o in ambiente
nocivo si sviluppa una lotta energica per passare gradualmente al comando a distanza.
Al tempo stesso, si sviluppa validamente la rivoluzione tecnologica intesa a ridurre le
differenze fra il lavoro agricolo e il lavoro industriale, al fine di avvicinare questi due
metodi di lavoro.
Quest'anno celebreremo il decimo anniversario della pubblicazione delle «Tesi sulla
questione agricolo socialista nel nostro paese ». In occasione di questo anniversario, noi ci
battiamo per adempiere i compiti principali della rivoluzione tecnologica nell'agricoltura,
indicati nelle Tesi predette.
Nel nostro paese è stata realizzata ormai da lungo tempo l’irrigazione delle campagne ed
anche la elettrificazione rurale è stata brillantemente portata a termine. Attualmente, si
sviluppa una lotta vigorosa per portare a termine la meccanizzazione e la chimicizzazione
dell'agricoltura. In base ai compiti definiti dalle Tesi, noi contiamo di aver introdotto nelle
campagne, entro il luglio di quest'anno, da 70 mila a 80 mila trattori (calcolati in unità di
15 CV). Per quanto riguarda i fertilizzanti chimici, le Tesi ponevano l'obiettivo di oltre una
tonnellata (in peso lordo) per ogni djeungbo (1 djeungbo uguale circa 1 ettaro, n.d.r.), e
questo obiettivo sarà raggiunto entro il primo semestre dell'anno in corso.
Anche la produzione di cereali offre buone prospettive. Come avrete voi stessi constatato
nel corso della vostra visita nelle nostre campagne, il raccolto dell'anno scorso è stato
abbondante. Quest'anno, noi ci siamo posti l'obiettivo di ottenere da 6,5 a 7 milioni di
tonnellate di cereali, consolidando i successi ottenuti l'anno scorso in questo settore. Se
realizzeremo questo obiettivo, vorrà dire che avremo raggiunto il «traguardo» previsto per
i cereali nel piano sessennale.
Anche l'obiettivo, previsto dalla rivoluzione tecnologica, della liberazione delle donne dai
lavori domestici più gravosi si realizza con successo. Attualmente, il nostro paese dedica
grandi sforzi allo sviluppo dell'industria alimentare e all'industria degli oggetti utensili per
creare le condizioni che consentano alle donne di accudire in minor tempo e con minore
fatica alle loro occupazioni di cucina e domestiche. E poiché, al tempo stesso, la
introduzione dell'acqua corrente nelle abitazioni rurali procede di buon passo, le donne
saranno presto liberate dall'onere di dover portare le brocche sul loro capo.
Il livello di vita del nostro popolo migliorerà sensibilmente nel prossimo futuro. Oggi, il
nostro popolo non conosce più affanni o inquietudini per i problemi legati
all'alimentazione, all'abbigliamento o alla casa. Tuttavia, il livello generale di vita del
nostro popolo non è ancora soddisfacente, per il persistere di disparità fra il tenore di vita
degli operai e dei contadini e fra le condizioni degli abitanti delle città e delle campagne.
Da un lato, noi lottiamo per elevare sensibilmente il tenore di vita generale del popolo,
mentre dall'altro lato ci sforziamo di migliorare in maniera equa le condizioni di vita della
popolazione. Se dopo la realizzazione del piano sessennale continueremo per qualche anno
a portare avanti la nostra lotta, la vita del nostro popolo migliorerà in modo così marcato
da non essere per nulla inferiore a quella degli altri popoli.
Anche l'opera di educazione nazionale e di formazione dei quadri nazionali è destinata a
registrare nei prossimi anni progressi significativi. L'insegnamento di dieci anni,
obbligatorio per tutti fino al liceo, entrato in vigore dal 1972, sarà realizzato su scala
generale durante il piano sessennale, e ciò permetterà a tutti i ragazzi di ricevere
gratuitamente, a carico dello Stato, l'istruzione generale prima di arrivare all'età lavorativa.
D'altra parte, il rapido sviluppo dello insegnamento superiore porterà in un prossimo
avvenire il numero dei nostri tecnici e specialisti al di sopra del milione.
In breve, le prospettive di sviluppo del nostro paese sono più che brillanti e la lotta del
nostro popolo è realmente meritoria.
Oggi come oggi, la nostra classe operaia ed i nostri contadini-cooperatori, nutriti della
speranza di un avvenire radioso, sviluppano una lotta vigorosa per realizzare
anticipatamente il piano sessennale.
Tenuto conto dello slancio dei nostri lavoratori, siamo fermamente convinti che il piano
sessennale sarà positivamente adempiuto prima della sua scadenza. Una volta realizzato
tale piano, il nostro paese avrà cambiato il suo volto sotto tutti i punti di vista e il nostro
popolo avrà raggiunto una più alta tappa del socialismo.
Desidero in modo particolare approfittare di questa occasione per indirizzare i miei saluti
calorosi ai comunisti e alla classe operaia dell'Italia, che appoggiano attivamente il nostro
popolo nella sua lotta per la costruzione del socialismo e la riunificazione indipendente e
pacifica della patria, e per augurare al Partito comunista italiano i migliori e più fruttuosi
successi nella sua lotta contro l'imperialismo, per la pace, la democrazia e il socialismo.

Questo testo è tratto da: Kim Il Sung, Sulla strategia antimperialista, Associazione italiana per i
rapporti culturali con la Repubblica Popolare Democratica di Corea, Roma, 1977.


postato da: Bago6 alle ore 18:01 | link | commenti
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sabato, 19 gennaio 2008

Classe e nazione

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 3 del 1949 della rivista teorica mensile dell'Istituto di Filosofia dell'Accademia delle Scienze dell'Urss "Voprosy filosofii".

Nei suoi ricordi su Lenin N. Krupskaja racconta che quando, nel 1902, Lenin arrivò a Londra, egli con grande interesse studiò la vita della capitale inglese, che era allora la principale fortezza del capitalismo. Egli "amava viaggiare per delle ore intere sull'imperiale degli omnibus e in tutti i sensi della città. L'intenso traffico di quella enorme città commerciale esercitava una grande attrazione su di lui. Si vedevano silenziose squares, con le loro ville lussuose, con le grandi finestre a specchi, circondate di verde e dove correvano carrozze sfavillanti, ma anche i vicoli sporchi dove abitavano gli operai londinesi, dove era esposta all'aria aperta la biancheria e sulle scale giocavano dei bambini pallidi. In questi posti noi ci recammo a piedi e Il'ic, contemplando il contrasto stridente tra la ricchezza e la miseria scrollava spesso la testa e diceva: "Two nations!"".
Sì, "Due nazioni!" - questa osservazione non potrebbe rendere più precisamente quella che è una delle particolarità più caratteristiche della società capitalistica, dove il popolo e la nazione - sia pure uniti e legati da tutti i fili dell'economia -, sono divisi da inconciliabili contraddizioni di classe. "Proprietari e operai salariati, un insignificante numero (`poco più di diecimila') di ricconi e decine di milioni di non abbienti e lavoratori, - queste, invero, sono `due nazioni"' scrisse Lenin.

Imperialismo e movimenti nazionali
Marx e Engels accertarono scientificamente e specificarono che la storia di tutte le società finora esistite (dopo la dissoluzione del sistema comunitario primitivo) è sempre stata storia di lotte di classe, vedendo in questo la principale forza motrice del processo storico. Inoltre, la divisione della società (e quindi di ogni nazione) in classi antagonistiche essi la consideravano come la più profonda e radicale divisione socialmente esistente, e quindi ancor più di quella in nazioni.
è noto che nell'epoca dell'imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, l'epoca della vittoria del socialismo nell'Urss, la questione nazionale ha rivestito un rilievo incomparabilmente maggiore che all'epoca di Marx e di Engels, quando in Occidente i movimenti nazionali appartenevano ormai al passato, mentre in Oriente essi ancora non si erano dispiegati. Non meraviglia quindi che essi, Marx e Engels, volgendo l'attenzione principale alla teoria delle classi e della lotta di classe, poterono dare soltanto le idee principali e direttive sulla questione nazionale. Nell'epoca dell'imperialismo, invece, quando il movimento di liberazione nazionale assunse su scala mondiale proporzioni di grande rilievo, si rese necessario ordinare queste idee di Marx e di Engels in un organico sistema di concezioni sulle rivoluzioni nazionali e coloniali e legare tale questione a quella del rovesciamento dell'imperialismo, considerandola come parte integrante del problema generale della rivoluzione proletaria internazionale. Ed è ciò che è stato fatto da Lenin e da Stalin.
I fondatori del marxismo-leninismo rilevarono più volte la comunanza degli interessi di classe dei proletari delle diverse nazioni e la contrapposizione dei loro interessi a quelli della borghesia "nazionale" o extranazionale. L'emancipazione definitiva dell'umanità lavoratrice dall'oppressione di classe può esser conseguita soltanto con gli sforzi congiunti dei proletari dei differenti paesi. Di qui il grido di battaglia dei partiti comunisti: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!". Di qui l'internazionalismo proletario quale uno dei più significativi tratti della concezione comunista del mondo.
Tuttavia, pur ripudiando nel modo più deciso e risoluto il nazionalismo borghese, il marxismo-leninismo non nega affatto il valore dei movimenti nazionali progressisti, non disdegna affatto gli interessi nazionali, come pure non predica il nichilismo nazionale. Rilevando la presenza di "due nazioni" nel corpo di ogni nazione borhese, noi non vogliamo negare affatto la realtà della nazione in quanto comunità di persone che si è storicamente formata. E questo perché porsi su di un'altra via significherebbe scivolare verso un cosmopolitismo senza patria oggi predicato da molti politici, sociologi e lacché borghesi al servizio dell'imperialismo americano.
Lenin e Stalin hanno più volte dimostrato l'indissolubile legame che esiste tra gli interessi della lotta di classe del proletariato e quelli della liberazione dei popoli oppressi dal giogo del dominio imperialistico. Essendo il più conseguente e irriducibile avversario dell'oppressione di classe, il proletariato non può restare indifferente verso la lotta dei popoli per la propria emancipazione dal giogo nazionale. Esso non può liberarsi senza aver distrutto ogni giogo, e quindi anche quello nazionale.
Da tutto questo deriva, in primo luogo, il riconoscimento della necessità di un sostegno deciso e attivo, da parte del proletariato, al movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi e dipendenti che scuota il sistema dell'imperialismo. Sostenendolo, il proletariato non fa che utilizzare, con ciò stesso, le possibilità rivoluzionarie racchiuse nelle sue viscere, e questo nell'interesse di un abbattimento del nemico comune, - l'imperialismo.
In secondo luogo, da questo poi deriva il riconoscimento della necessità di subordinare la soluzione della questione nazionale alla soluzione del problema più generale della emancipazione del proletariato dall'oppressione di classe.
Nei suoi scritti Stalin applica conseguentemente la teoria marxista-leninista delle classi alla elaborazione della teoria della questione nazionale. Già nel suo giovanile articolo "Come intende la social-democrazia la questione nazionale?" (1904) egli osservò che "la `questione nazionale' in tempi diversi serve interessi diversi, e assume sfumature diverse in ragione di quale classe e quando la propone". Questo principio presenta un grande interesse innanzitutto dal lato metodologico. Esso infatti dimostra in che modo si deve far emergere il contenuto di classe della questione nazionale e dei movimenti nazionali nelle diverse condizioni storiche. è noto che Lenin insegnò ai marxisti russi a non limitarsi alla constatazione della necessità di determinati processi storici, ma di chiarire "quale è propriamente la formazione socio-economica che dà il contenuto a questo processo, e quale classe propriamente determina questa necessità". Questa esigenza dell'analisi materialistico-dialettica, che Lenin opponeva all'oggettivismo borghese, da Stalin è stata brillantemente applicata alla elaborazione della questione nazionale.

Proletariato e questione nazionale
Nelle sue più tarde opere, e in particolare nei classici lavori "Il marxismo e la questione nazionale" (1913) e "La questione nazionale e il leninismo" (1929), egli ha poi mostrato quale ruolo svolgono le differenti classi nella formazione e nello sviluppo delle nazioni. La nazione rappresenta una categoria storica che sorge per la prima volta soltanto nell'epoca del capitalismo ascendente. I diversi elementi della nazione - lingua, territorio, comunanza culturale, ecc. - si sono formati poco alla volta ancora nel periodo precapitalistico. Tuttavia, essi allora si trovavano in una condizione embrionale e costituivano non più che una possibilità di formazione della nazione nell'avvenire, e a certe condizioni favorevoli. Questa possibilità poi si trasformò in realtà nel periodo del capitalismo ascendente, con il suo mercato nazionale e i suoi centri economici e culturali. Lo sviluppo del capitalismo portò alla distruzione del frazionamento feudale, a un rafforzamento dei legami economici tra le singole regioni di un paese e alla unificazione dei mercati locali in un unico mercato nazionale. In tal modo venne a formarsi la comunanza della vita economica e, su questa base, si sviluppò anche quella culturale, ecc. E, dato che base di questo processo fu lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, come ha indicato Lenin, "la creazione di legami nazionali non fu nient'altro che la creazione di legami borghesi".
Il processo di formazione della base economica delle nazioni borghesi si svolge in notevole misura in modo spontaneo, soggiacendo innanzitutto alla forza spontanea di un mercato che crea la comunanza della vita economica a seguito dello sviluppo della produzione mercantile. Il che, però, non significa affatto che l'intero processo di formazione delle nazioni borghesi sia anch'esso spontaneo. Esprimendo le tendenze economiche del crescente modo di produzione capitalistico, la borghesia e i suoi partiti cercano coscientemente di conseguire l'unificazione e l'allargamento del territorio nazionale, l'abbattimento delle barriere doganali e delle divisioni in ceti, e l'industrializzazione di un libero scambio tra tutte le regioni di uno stesso paese. Al che corrisponde, poi, anche una determinata ideologia, elaborata dai partiti nazionalisti della borghesia, che richiede da parte delle diverse classi l'"unità della nazione".
Il proletariato, invece, viene a formarsi in quanto classe, ed esce sull'arena di una autonoma lotta economica e politica, assai più tardi rispetto alla borghesia. Per cui il suo consolidamento come classe avviene già all'interno delle nazioni borghesi venutesi a formare, del che si servono poi la borghesia e i suoi partiti nazionalisti al fine di imporre al proletariato un'"unica" ideologia nazionale. La predica della pace di classe all'interno della nazione viene da essi utilizzata per dissimulare l'antagonismo di classe con la bandiera nazionale e per impedire così l'unificazione e la coesione dei proletari in quanto classe.
Stalin osserva che le nazioni si distinguono per la loro grande forza di stabilità. Il sentimento dell'unità nazionale rappresenta una potentissima forza particolarmente quando la nazione oppressa deve difendere la propria esistenza nella lotta contro una eventuale politica di assimilazione perseguita dalle classi dominanti della nazione opprimente. Tuttavia, questo sentimento viene anche meno dopo che la nazione si è liberata dal giogo straniero e lo sviluppo del capitalismo la divide sempre più in "due nazioni". Il che significa che, a misura dello sviluppo del capitalismo, vengono anche meno l'unità e la coesione delle nazioni borghesi, e questo sia dall'interno, - grazie all'inasprirsi della lotta di classe, - sia dall'esterno, - a seguito dello sviluppo e della crescita delle relazioni tra nazioni legate alla formazione di un mercato mondiale e di una economia mondiale.
Certamente, "la lotta di classe, per quanto aspra essa sia, non può portare alla disgregazione della società... Fino a quando esisterà il capitalismo, i borghesi e i proletari saranno legati tra loro da tutti i fili dell'economia come parti di un'unica società capitalistica" (Stalin)
Sulle rovine delle vecchie nazioni borghesi sorgono oggi le nuove nazioni socialiste, e le cementa e rafforza la classe operaia con il suo partito internazionalista. La classe operaia vittoriosa liquida i rapporti economici del capitalismo che costituivano la base materiale delle nazioni borghesi e crea una economia socialista che forma la base della comune vita economica delle nazioni socialiste. Dopo aver realizzato l'alleanza con i contadini lavoratori per liquidare i residui del capitalismo e dopo la vittoriosa edificazione del socialismo la classe operaia unisce ora attorno a sé la stragrande maggioranza della popolazione. L'alleanza della classe operaia con i contadini lavoratori all'interno della nazione, sotto la guida della classe operaia, diventa il fondamento di classe delle nuove nazioni socialiste, venendo così a mutare radicalmente, conformemente a ciò, anche il loro volto spirituale: "Alleanza della classe operaia e dei contadini lavoratori all'interno della nazione per liquidare i residui di capitalismo in nome della vittoriosa edificazione del socialismo distruzione dei residui di oppressione nazionale in nome della parità di diritti e di libero sviluppo di nazioni e delle minoranze nazionali, distruzione dei residui di nazionalismo in nome della creazione di una amicizia tra i popoli e dell'affermazione dell'internazionalismo; fronte unico con tutte le nazioni oppresse e prive di diritti nella lotta contro le politiche di conquista e l'imperialismo", - tale, secondo la definizione di Stalin, il volto spirituale e socio-politico delle nuove nazioni socialiste.
Inoltre, il processo di formazione di queste nazioni non può non distinguersi da quello delle nazioni borghesi, dato che il loro consolidamento si attua non sulla base di un capitalismo ascendente, ma su quella di un socialismo ascendente; e poi, dato che la forza dirigente ed egemone di questo processo è non la borghesia e i suoi partiti nazionalisti, ma la classe operaia con il suo partito internazionalista. Poi, non soltanto il volto spirituale delle nuove nazioni socialiste, ma anche le basi economiche e materiali della loro esistenza si formano sotto l'azione direttiva e dirigente dello Stato socialista e del Partito comunista. Il che risponde alla natura stessa del modo di produzione socialista che, a differenza di quello capitalistico, sorge e si sviluppa non in modo spontaneo, ma a seguito di una cosciente e direttiva azione della dittatura della classe operaia.

Lotta di classe e lotta nazionale
La lotta di classe e la lotta nazionale non sono affatto due linee parallele non dipendenti l'una dall'altra, come invece affermano i sociologi borghesi. Nella loro rappresentazione la storia mondiale presenta due opposizioni attorno alle quali, come attorno a due poli, si muove l'intera storia contemporanea: l'opposizione sociale e quella nazionale. Non è difficile comprendere il senso di un simile raziocinio: essi, con questo, vogliono dimostrare che la lotta nazionale (come anche la lotta tra Stati) è qualcosa che non dipende dalla lotta delle classi, ma che essa può diventare una causa comune di tutte le classi.
Il marxismo-leninismo rigetta ogni tentativo di considerare gli interessi nazionali come separati da quelli di classe. L'esperienza storica dimostra che, quali portatori del movimento nazionale, intervengono sempre determinate classi e che la lotta nazionale ha sempre un determinato contenuto di classe. E ciò anche se da questo non si deve concludere che i loro interessi siano identici. Ogni classe partecipa a questa lotta a modo suo, perseguendo propri scopi che determinano la sua posizione nella società.
Riconosciamo apertamente che per noi la soluzione della questione nazionale è subordinata agli interessi di classe del proletariato. Ma in antitesi agli egoistici interessi di classe della borghesia, quelli del proletariato sono anche gli interessi di tutti i lavoratori, cioè dell'enorme maggioranza della nazione. Come Stalin ha indicato in uno dei proclami da lui scritti nel 1905 "...difendere gli interessi di classe del proletariato significa al tempo stesso difendere gli interessi del progresso dell'intera società e lottare in generale per la giustizia e la parità di diritti, poiché il proletariato, con la sua lotta di emancipazione, è costretto a liberare l'intera umanità; con la vittoria dei suoi interessi di classe esso darà la libertà a tutti i lavoratori e agli oppressi, e distruggerà la tirannia di classe e lo sfruttamento".
La Rivoluzione socialista dell'Ottobre non soltanto ha infranto il fronte dell'imperialismo mondiale in uno dei più grandi paesi capitalistici, aprendo con ciò stesso l'epoca delle rivoluzioni proletarie nei paesi dell'imperialismo: essa, oltre a ciò, ha posto inizio alle rivoluzioni nazional-coloniali nei paesi oppressi del mondo, e questo in alleanza col proletariato e sotto la direzione del proletariato.
Ancora nel "Manifesto del Partito comunista" Marx e Engels proclamarono: "Insieme con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni cadrano anche gli ostili rapporti delle nazioni tra di loro". Dal che ne segue che principale premessa per liquidare l'oppressione nazionale è la liquidazione dell'oppressione di classe.
Nell'Urss invece non si può non vedere che il modo di produzione socialista rappresenta la base comune sia di nuove classi che di nuove nazioni. Al tempo stesso, però, si deve anche rilevare la diversità di impostazione del problema delle classi e delle nazioni all'interno della società socialista sovietica.
Il sistema socialista non genera di nuovo le classi, ma, al contrario, le distrugge. La classe operaia e i contadini vi hanno radicalmente mutato la propria natura sociale e, in questo senso, sono diventate delle nuove classi. Questi mutamenti, tuttavia, non provano affatto la comparsa di nuove differenze di classe, ma che noi stiamo procedendo sulla via del definitivo superamento di ogni differenza di classe. I nuovi aspetti della classe operaia, dei contadini e degli intellettuali sono quelli di lavoratori di un'unica società senza classi, e i cui tratti si sviluppano a misura che vengono sempre meno le differenze che ancora si hanno tra loro.
Un po' diversamente stanno le cose per quanto invece riguarda le nazioni. Il sistema socialista non soltanto trasforma radicalmente le vecchie nazioni borghesi mutandole in nuove nazioni socialiste, ma genera anche nuove nazioni che durante il capitalismo non esistevano. Tante nazionalità che prima della rivoluzione socialista non potevano formarsi in nazioni ed erano condannate dallo zarismo e dal capitalismo a una lenta e graduale estinzione, hanno poi avuto la possibilità di consolidarsi in nazioni solo durante l'epoca sovietica. Poi, le differenze tra le nazioni in genere non possono estinguersi entro i limiti di un solo paese; le condizioni reali per una graduale confluenza di tutte le nazioni in un insieme unico possono essere create soltanto dopo la vittoria del socialismo su scala mondiale, quando cioè sarà stato liquidato l'imperialismo in tutti i paesi e quando le nazioni saranno unite in un comune sistema di economia socialista mondiale. Inoltre, la scomparsa delle nazioni sarà preceduta da un lungo periodo di crescita e di fioritura delle nazioni prima oppresse e delle culture nazionali che hanno avuto il loro libero sviluppo soltanto dopo il rovesciamento dell'imperialismo e la liquidazione dell'oppressione nazionale. "La fioritura delle culture nazionali per la forma e socialiste per il contenuto nelle condizioni della dittatura del proletariato in un solo paese, per la loro confluenza in un'unica e comune cultura socialista (sia per la forma che per il contenuto) e con una sola lingua comune, sarà possibile soltanto quando il proletariato vincerà in tutto il mondo e il socialismo entrerà in essere", - così Stalin caratterizza la dialettica di sviluppo delle nazioni durante la transizione dal capitalismo al comunismo. Dal che deriva che le nazioni, dopo essere sorte assai più tardi delle classi, scompariranno soltanto dopo che saranno state distrutte le classi (e quindi non in un solo paese, ma in tutto il mondo).
Sotto la possente azione dello Stato socialista sovietico si è avuto un serio mutamento nel rapporto di forze a livello internazionale. "Al posto della precedente situazione - ha dichiarato Molotov, - quando esisteva un unico Stato socialista, l'Urss, che si trovava circondato dal mondo capitalistico, si è creata una nuova situazione nella quale l'Unione Sovietica è uscita dalla sua condizione di isolamento internazionale e che non si può non riconoscere come una grandissima acquisizione della direzione staliniana".
Oggi, sia in Occidente che in Oriente, ci circondano popoli che si sono emancipati dal giogo dell'imperialismo e che, sul nostro esempio, risolvono ad ogni passo le radicali questioni dell'edificazione di una nuova e libera vita, tra cui la questione nazionale. La teoria di Lenin e Stalin sulla questione nazionale, che ha conseguito una brillante vittoria ed è provata dalla pratica dell'edificazione socialista nell'Urss, serve loro quale sicura guida per l'azione.

postato da: Bago6 alle ore 15:29 | link | commenti
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sabato, 22 dicembre 2007

«Lo sciopero si svolse fra il 3 e il 7 novembre a Berlino nei servizi pubblici. Si tratta di uno sciopero selvaggio indetto congiuntamente dall’opposizione sindacale comunista rossa RGO (Rote Gewerkschaft Opposition) e dall’organizzazione di cellule di fabbrica naziste NSBO (Nationalsozialische Betriebszellen-Organisation) contro la volontà della direzione sindacale».

Nolte, Nazionalsocialismo e Bolscevismo


postato da: Bago6 alle ore 16:42 | link | commenti
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